Cazzeggi letterari

"Chi scrive libri", ammonisce Karl Kraus, "lo fa soltanto perché non trova la forza di non farlo."

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venerdì, aprile 28, 2006

LETTERE A ORIETTA FATUCCI

(Orietta Fatucci)

ORIETTA FATUCCI: IL MIO PRESIDE MEISLING
 
Il 17 aprile ultimo scorso Sergio Garufi scrisse su Nazione Indiana:

Chi ha talento ma è privo di un Grigorovic che lo sproni e lo sponsorizzi, il più delle volte è obbligato a mendicare ascolto e attenzioni a un mondo, quello editoriale, spesso freddo e indifferente con chi ne è escluso. Una delle testimonianze più amare di queste lamentazioni clandestine è probabilmente Lettere a nessuno di Antonio Moresco, diario di un penoso e interminabile calvario consumato fra redazioni, editor e grandi firme milanesi, in cui la supplica si evince meno dal tono, a tratti anzi risentito e forastico, che dall’assiduità delle richieste di ascolto.”

Risposi nei commenti:

"Se “Lettere a nessuno” ha trovato un editore, e abbastanza presto nella vita del mittente delle stesse, non ha molto senso definire il calvario di Moresco “interminabile”. Sul tema del genio incompreso il miglior romanzo resta “Il violinista” di H.C. Andersen:-/"

Rileggendo la nuova puntata de "Il fantasma di Andersen" appena uscita qui

http://www.carmillaonline.com/archives/2006/04/001758.html#001758

ho ripensato adesso non tanto alle MIE personali "Lettere a nessuno" (dozzine e dozzine, a partire dal fatidico 1995, anno della mia cacciata dal paradiso editoriale), quanto a quelle da me inviate nell'ultimo decennio alla editor Orietta Fatucci di EinaudiRagazzi/EL/Emme, dapprima mia talent-scout, poi talent-killer.

Le mie "LETTERE A ORIETTA FATUCCI" costituirebbero un documento ben più straziante - e nello stesso tempo trombonescamente tragicomico - di quelle di Moresco. Eccone qualche esempio abbastanza recente:

27 aprile 2004

Oggetto: ATTO DI DOLORE

"Eccelsa Orietta Fatucci,
mi pento e mi dolgo con tutto il cuore del mio peccato di insubordinazione, perché peccando ho meritato i Suoi castighi, e molto più perchè ho offeso Lei, infinitamente buona e giusta, e degna di essere amata sopra ogni cosa. Mi propongo con il Suo santo aiuto di non offenderLa mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signora, Misericordia, mi perdoni
."

Nessuna pietà. La sventurata non rispose.

29 aprile 2004

"Cara Fatucci,

le edizioni EL-Emme-Einaudi Ragazzi sono la casa in cui sono nato come scrittore. Dieci anni fa lei mi buttò fuori di casa per uno stupido capriccio. Ora basta. La smetta di fare la megera e mi riapra la porta. VOGLIO TORNARE A CASA MIA!!!!!!!!!!!!!! Uccida il VITELLO GRASSO per il mio rientro. Guardi che potrebbe morire tra un giorno, tra un mese, tra un anno... e finire arrostita sulle graticole dell'inferno, se non si sarà tolta in tempo dalla coscienza il peso del mio assassinio letterario:-> Cordialità. Lucio Angelini"

Macché. Manco uno sputo in un occhio.

Il 7 maggio successivo tornai alla carica citando l'autorevole Cacciari:

Oggetto: PIETA' PER LA FATUCCI

"Scrive Massimo Cacciari su Repubblica: 

'Pietà per i torturatori. Non solo perché non sanno quello che fanno e si fanno. Pietà anche per la nostra natura che in loro si disvela secondo la più perfetta misura della sua miseria. Essa consiste essenzialmente nel credere che la propria superiorità (e perciò la propria stessa sicurezza) si  esprima nella capacità di ***abbassare l'altro, di umiliarlo***. Che la nostra vittoria consista nella totale sconfitta di chi ci ha affrontato. In questa fede trova fondamento il nostro male radicale. I torturatori di Abu Ghraib non sanno che la tortura innalza, invece, la vittima; che il terrore che infliggono non rifletterà, alla fine, che la loro stessa angoscia impotente.'"

(Intendevo, naturalmente, innalzarmi ai suoi occhi come vittima del suo angoscioso mobbing editoriale. Niente da fare. Nemmeno questa volta l'inflessibile reagì.)

Allora, giacché stavo scrivendo "Il fantasma di Andersen", le espressi quanto segue:

"Gentile dott.sa Fatucci, per curare l'edizione italiana de 'Il violinista' di Andersen, pubblicata da Fazi editore, ho dovuto rileggere anche la sua autobiografia 'La fiaba della mia vita'. Mi ha colpito, in particolare, la figura del preside Meisling, che fece il possibile per ***ostacolare*** e ***irridere*** il talento di uno degli autori oggi più celebrati del mondo. Dovendo recarmi come autore presso una quarta elementare del padovano, ho riletto dopo tanti anni anche 'Grande, Grosso e Giuggiolone', che lei ha crudelmente espunto dai suoi cataloghi. Ebbene, non ho potuto non paragonarla (si parva licet componere magnis) alla figura del preside Meisling. A che serve che lei pubblichi Anna Frank e Margarete Buber-Neumann se, nella sostanza, si è dimostrata una tale spietata Meisling nei miei confronti? Cordialità. Lucio Angelini"

***

P.S. Nella puntata di oggi su Carmilla, accanto al ricordo del preside Meisling, anche due interessanti brani su VENEZIA, paragonata da Andersen a un CIGNO MORTO...

[Nell'immagine in alto a sinistra - naturalmente - il ritratto del preside Meisling:-)] 

postato da: Lioa alle ore 00:09 | link | commenti (15)
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Commenti
#1    28 Aprile 2006 - 10:08
 
Anche se comprendo e condivido il tuo tormentone, devo dire che la tua ironia nello scrivere, mi ha messo di buon umore! bye
utente anonimo

#2    28 Aprile 2006 - 10:52
 
La Fatucci dovrebbe farti un monumento per tutta la pubblicità che le vai facendo gratis da anni.
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#3    28 Aprile 2006 - 10:54
 
Anche il preside Meisling è passato alla storia letteraria grazie ad Andersen:- )
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#4    28 Aprile 2006 - 18:45
 
Ora si spiega perchè ti sfogli offendendo artisti che neanche conosci e di cui non dovrebe fregarti un cazzo...
Non puoi prendertela col prossimo se a te è andata male.

- la propria superiorità (e perciò la propria stessa sicurezza) si esprima nella capacità di ***abbassare l'altro, di umiliarlo***. -

A G (quello di prima)
utente anonimo

#5    29 Aprile 2006 - 02:15
 
Dio, quanto sei palloso. Io nel mio blog scrivo quello che mi pare, okay? Se il comunicato stampa con cui si pensava di affascinarmi mi ha fatto solo sorridere, che ci devo fare? Ho tutto il diritto di segnalarlo, okay? Come tu di pensare che l'Anima (A maiuscola, beninteso) di Marcella Boccia sia punteggiata di strabilianti IMPRONTE DIGITALi new age. Okay?
Un bacio.

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#6    29 Aprile 2006 - 12:44
 
La cosa più bella di quello che hai scritto è stata la pernacchia, Pernacchione!
prrrrrrrrprrrrprrrrrrrprrrrrrrprrrrrrrrrrr
utente anonimo

#7    03 Dicembre 2008 - 10:11
 
un commento da libreria atlantide

Non può lasciare indifferenti la lettera di Roberto Innocenti a Orietta Fatucci: il libro ERA CALENDIMAGGIO di Angela Nanetti, di cui aveva curato le illustrazioni, era stato posto fuori catalogo (leggi destinato al macero o ai remainders), e la direzione di Einaudi Ragazzi aveva proposto agli autori l’acquisto di copie del testo, prima che il libro subisse tale sorte.

Roberto Innocenti, per chi fosse stato assente, è fra i migliori illustratori del mondo, premiato proprio quest’anno con Hans Andersen Award per tale arte, che equivale ad un Nobel per l’infanzia. Angela Nanetti è fra le migliori autrici italiane, e il libro era stato apprezzatissimo dalla critica,e aveva avuto buona fortuna in libreria.

Nonostante tutto ciò, l’editore decide di porlo fuori catalogo, confermando le ipotesi più nere su una industria editoriale per ragazzi più propensa a sfornare valanghe di nuovi titoli, senza troppo soffermarsi sulla qualità, che a curare le perle del catalogo. Meglio pubblicare due tremila copie di un nuovo testo, che accontentarsi delle vendite regolari di uno vecchio.

Da qui la giusta reazione di Roberto Innocenti, da qui la tristezza nostra nell’assistere a politiche che mirano solo a far cassa.
utente anonimo

#8    03 Dicembre 2008 - 10:26
 
Grazie per la segnalazione. Richiamerò la lettera di Innocenti nel mio blog domani stesso*-°.
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#9    03 Dicembre 2008 - 11:47
 
Le politiche editoriali di fare solo cassa , non solo sono un cattivo costume editoriale italiano delle case editrici, ma sono persino figlie di quel sbagliato convincimento che nasce nella testa di tutti gli aspiranti scrittori convinti di scrivere chissa' cosa: teoria questa, che vorrebbe la liberta' assoluta per chiunque di scrivere qualsiasi cosa, coltivando in questo modo persino la pretesa di essere pubblicati nel paradiso editoriale. Tutti gridano a questo diritto universale!
Questa filosofia di pensiero che se nella sostanza puo' risultare addirittura giusta, apre d'altro canto questa contraddizione: se tutti alla mattina si alzano e scrivono una novita', di novita' ne appariranno milioni di milioni , come milioni di milioni saranno le pubblicazioni delle case editrici. ( pretese) E cosi' via in un circolo vizioso.
Che succede a questo punto? Succede che poi ai pinco pallino che va male e non si vedono riconosciuta la loro pretesa, monta la mania della lamentela ( perche' e' questo che fanno) di non essere pubblicati o di dovere sgomitare per farlo. E allora quel diritto di ciascuno a scrive cosi' tanto osannato, per magia, si trasforma in un abuso sopruso nei propri confronti: come si fa a pubblicare tante schifezze e non il mio scritto? ci si chiede.
Insomma, della serie, non si e' mai contenti.

Sergio
utente anonimo

#10    03 Dicembre 2008 - 13:05
 
Sergio, siamo alle solite. La libertà di sognare va lasciata a chiunque, come anche quella di sbattere la testa e affrontare le più amare delusioni. "Uno su mille ce la fa", no? D'altronde, se non ci fossero i perdenti, come farebbero i pochi vincenti a definirsi tali?
Se c'è qualche malizioso riferimento a me, ho pubblicato gli UTILISSIMI libri elencati qui:
http://www.filastrocche.it/contempo/angelini/lucio_it.asp

(clicca su pubblicazioni)°-*

Ciao
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#11    03 Dicembre 2008 - 17:26
 
Nessun riferimento particolare, ci mancherebbe: non conosco le tue pubblicazioni e tanto meno conosco il tuo percorso letterario, dunque non so che idea farmi, sempre che la mia opinione sia cosa importante e non credo.
Semplicemente le cose stanno come stanno per una certa casta editoriale. Se poi le si manipola nella loro interpretazione a seconda dei casi, allora e' un altro discorso.
Queste lettere a nessuno di mille e mille persone prese dalla fregola di pubblicare, lasciano un po' il tempo che trovano: anche quelle di Moresco, scrittore che mi piace, risultano noiose , sbiadite, ripetitive, lamentose. Quando salta su' con il chiedere del proprio manoscritto, del proprio racconto, o prega di avere un giudizio , una risposta, ricorda tanto un momumento: il muro del pianto. Quel muro del pianto che poi, dopo avere pubblicato, si trasforma in ben altro: in una sorta di monumento di autoreferenzialita'.
Dai piagnistei di prima si e' passati agli auto -osanna come padri della letteratura.
Un percorso davvero strepitoso, in fondo. E questo non vale solo per Moresco, che ti ripeto, mi piace, ma per moltissi altri. Alcuni addirittura illeggibili.

Sergio
utente anonimo

#12    03 Dicembre 2008 - 17:44
 
@ Sergio. In parte hai ragione, però chi scrive romanzi o saggi, in genere non lo fa perché li legga solo sua zia Carolina. L'editoria tradizionale in teoria dovrebbe filtrare le proposte, purtroppo non sempre in nome della qualità. La lettera di Roberto Innocenti parla chiaro. Nel mondo universitario ci sono ottimi cervelli costretti ad abbandonare l'Italia perché certi baroni preferiscono coltivare i propri parenti o i propri (le proprie) amanti... Quanto a te, l'importante è che tu sia liberissimo di leggere quello che vuoi e, al limite, anche di lamentarti a tua volta di come va il mondo°-*
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#13    03 Dicembre 2008 - 17:46
 
E poi Lucio, dai, quei vincenti che ce la fanno, appare nota stonata, un poco dissonante.
Di una certa editoria italiana, di quali vincenti vogliamo parlare? di quelli con amici influenti? di quelli infiltrati i manipoli di altri scrittori gia' pubblicati ? di quelli che si venderebbero per pubblicare? o di quelli che addirittura pagano pper pubblicare? scegli tu.
Quegli stessi vincenti, che sono talmente vittoriosi da essere poi costretti a girara regione su e giu' in mille e una presentazioni del loro libro. Presentazioni che si ripetono tutte uguali una all'altra, con il pubblico formato dai soliti dieci dodici amici che li seguono in carovana, oppure nella migliore delle ipotesi, di quelli che tra il loro pubblico annoverano qualche passante per caso in quella libreria.
Sono questi i vincenti? sono forse coloro che dopo la prima pubblicazione spariscono dalla circolazione? dove sono finiti, ti chiedi, in un impeto di cinica curiosita'. Forse sono li' a riprendere il loro piagnisteo per pubblicare il secondo volume in una seconda casa editrice guarda caso piu' piccola della prima? perche' la prima e' rimasta inorridita dal successo che ha riscosso il primo romanzo?
Sono questi dunque i vincenti di una certa politica editoriale? se si, allora, buona fortuna, forse sarebbe meglio giocare altre partite. Se no, probabilmente di vincenti se ne contano sulle punta delle dita,
tranne il caso si voglia annoverare tra essi i " soddisfatti" del loro volumetto con il loro nome sul comodino di casa propria.
Una grande vittoria -vedo - ridotta a qualcosa che assomiglia tanto a un monolocale.

Sergio
utente anonimo

#14    03 Dicembre 2008 - 17:55
 
Sui cervelli che sono costretti ad emigrare a causa della baronia imperante, Lucio, sono assolutamente d'accordo con te e con l'autore di quello scritto.
Ma proprio voi , che in un modo o nell'altro, siete gia' nell'ambiente ( avete pubblicato o lavorato nell'editoria) dovete spezzare questo circolo vizioso e non farvi la guerra tra voi. Lo vedo in internet, non dirmi che non e' cosi'.
Quello che si vuole dire e' questo, Lucio: sembra che molti siano consapevoli di questo fenomeno, ma poi la dinamica, chissa' perche', non cambia e allora qualcosa non quadra.
O le intenzioni non sono autentiche, o non si e' capaci di guardare oltre alle proprie pagine.

Ci vorrebe qualche Pasolini in piu, oggi.

Sergio

utente anonimo

#15    03 Dicembre 2008 - 19:26
 
@Sergio. Ho scritto "i pochi vincenti". E per vincenti non intendo i moltissimi scrittori di insuccesso (come me), ma quelli che, per una concomitanza di circostanze, sono riusciti a: 1) vivere dignitosamente del frutto del loro lavoro letterario, anziché essere costretti a considerarlo marginal-complementare di qualche altro lavoro non gradito; 2) ottenere un minimo di apprezzamento critico per quanto proposto.
Anche Rigoni Stern, qui a Venezia, disse una volta che in fondo il segreto di una vita che renda contenti sta tutto lì: nel cercare di fare bene il proprio lavoro, nel sentirsi dire che si è fatto un buon lavoro. Il che vale per chiunque, dallo scrittore all'imbianchino al verduraio. Niente Autorialità. Come sai, sono il primo a scagliarmi contro i Tromboni e il Trombonismo...
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